Un amico dimenticato

بسم الله الرحمن الرحيم

 

Ramadan-Quran

La luna nuova di ramadân era stata avvistata. Sedevo al solito posto, tutto solo, nell’angolo della moschea, osservando un insolito numero di persone che si accalcavano all’entrata. Mentre guardavo la folla, notai un viso familiare dirigersi verso di me. Quando si avvicinò, mi resi conto che si trattava di Ahmad – un amico che avevo incontrato alla madrasa serale, tanti anni prima. Aveva solo 6 anni quando il suo insegnante me l’aveva presentato. All’inizio non credo gli piacessi, ma col passare degli anni il nostro legame si rafforzò e pensavo non mi avrebbe mai lasciato. Ma non appena compì 14 anni e terminò la madrasa, smise persino di rivolgermi lo sguardo. Lo aspettavo in moschea, col cuore dolente, sperando che tornasse, ma la sua vita era così piena di impegni da non avere nemmeno il tempo di pensare a me. Ora era passato un anno, 11 mesi per la precisione, da quando l’avevo visto l’ultima volta. Subhanallah! Com’era cambiato. Non in meglio, sfortunatamente, ma in peggio. Mentre rispolverava la nostra amicizia interrotta, si rese conto dell’errore commesso. Mi abbracciò, stringendomi forte. I suoi occhi si riempirono di lacrime, quando si rese conto che stare lontano da me l’aveva fatto allontanare dal suo Signore. Gli dissi di non preoccuparsi, poiché Allah (subhânaHu waTa’âlâ) ama i Suoi servi e perdona coloro che si pentono.

Man mano che i giorni di ramadân passavano, ritornammo uniti come un tempo. Giorno e notte eravamo insieme. Gli spiegai come vivere la sua vita e cosa fare per avvicinarsi ad Allah (subhânaHu waTa’âlâ). Ahmad non si stancava mai della mia compagnia. Prestava attenzione ad ogni mia parola – sforzandosi di comprendere – ma la verità è che io sono qualcuno che non tutti comprendono. Lo rivestii delle qualità dei credenti. Le lacrime scendevano lungo le sue guance, mentre gli descrivevo la punizione che lo avrebbe atteso se non si fosse attenuto ai comandi di Allah Ta’âlâ.

I suoi genitori e i suoi insegnanti gli consigliarono di coltivare la nostra amicizia e di continuare a frequentarmi. Cominciammo persino ad andare a scuola insieme, e lui passava l’ora di pranzo insieme a me. I suoi compagni di classe lo prendevano in giro e gli ridevano dietro le spalle, quando lo vedevano bazzicare in cortile dietro a me, ma ad Ahmad non importava e non mi lasciò. Gli dissi di non preoccuparsi, e gli narrai le storie dei profeti (pace su tutti loro); di come i loro popoli si presero gioco di loro e di come furono ingiusti nei loro confronti, eppure essi furono costanti e non rinunciarono.

Il nostro legame crebbe, sempre più forte, e passavamo sempre più tempo insieme. Trascorremmo pure gli ultimi dieci giorni di ramadân insieme, in i’tikâf, il ritiro spirituale in moschea. Ahmad stava sveglio tutta la notte ad ascoltarmi, ancora ed ancora, ma il suo interesse non scemava, e scopriva sempre qualcosa di nuovo in quello che avevo da dirgli.

Così, il ramadân passò. La gente che aveva trascorso l’i’tikâf in moschea andò a casa, a prepararsi per l’ ‘Îd, eccetto me. Rimasi in moschea, immaginando come avrei trascorso il giorno dell’ ‘Îd con Ahmad. E quel giorno giunse. Lo aspettai al solito posto, nell’angolo della moschea. La preghiera dell’ ‘Îd terminò e la congregazione si disperse, ma non vi era segno di Ahmad. Continuai ad aspettarlo, alle ore delle successive preghiere, ma non venne mai, e il mio cuore si spezzò quando mi resi conto che mi aveva abbandonato di nuovo.

È tardi, la preghiera dell’ ‘Ishâ’ è appena terminata. La moschea è vuota. Il custode chiude la porta e se ne va, ma io sono ancora qui, nel mio angolino, mentre la polvere comincia a posarsi su di me. Un’auto passa vicina alla moschea e i suoi fari, attraverso il vetro della finestra, mi illuminano il dorso. Il mio nome diviene per un attimo visibile, prima di sparire nuovamente nell’oscurità della notte: ‘Il Sublime Qur’an’.

Luqman Musa – Al-Jâme’ah, Leicester.

Si ringrazia lamadrasadibaraka per la pubblicazione

Una luce sulla strada

بسم الله الرحمن الرحيم

292-INSPIRATION-

 

Il mio percorso alla ricerca di Allah Ta’aala, fu ben più lungo delle parole che posso spendere per raccontarlo in queste poche righe, ma in sh’Allah, proverò a darvi questa piccola testimonianza di come sono tornata all’Islam, e del perché, nella speranza che Allah Ta’ala possa fare in modo che questo possa sfiorarvi in sha’a Llah, come le testimonianze di molte sorelle hanno sfiorato il mio cuore.

 

Tornai con il nome di Khadija.

Solo dopo scoprii quanto mi si addiceva, poiché fu Khadijah, che Allah sia di lei soddisfatto, moglie del nostro amato Profeta salla Llahu alaihi wa sallam, la prima donna a credere in ciò che era sceso sul Messaggero e ad abbracciare questa meravigliosa religione. Ben so di non essere la prima a ritornare all’Islam, ma lo sono per tutti quelli che mi conoscono.

Tutto ciò accadde circa tre anni fa, alhamduLillah. Tuttavia, la mia ricerca di Dio, ebbe inizio molto tempo prima, fu un percorso che iniziai sin da bambina.

 

Avevo cinque anni quando uscivo e mi sedevo nel prato davanti a casa per guardare il cielo con le nuvole e le colline boscose che mi circondavano, e mi rendevo conto che tutto ciò non poteva esistere invano. Allah Ta’la dice nel Qur’an (traduzione dei significati): “Non creammo invano il cielo e la terra e quello che vi è frammezzo. Questo è ciò che pensano i miscredenti…”.

AlhamduliLlah! Era come se la creazione mi parlasse del suo Creatore. Così realizzai che esisteva Qualcuno dove non potevo vedere, che ci aveva creati.

 

Andando all’asilo scoprii che quel Qualcuno era Dio.

Uno dei ricordi miei più vividi fu la mattina che vennero le suore cattoliche e ci fecero mettere in cerchio per recitare le Lodi a Dio. In quel momento sentii che era giusto farlo, che era un dovere di ognuno di noi. Dentro di me germogliò la consapevolezza che anch’io dovevo adempiere a questo impegno.

Ma ero una bambina e prima di quel momento, non avevo mai sentito parlare di preghiera e di Dio.

Sono nata in una famiglia atea. Le loro insulse ideologie hanno avuto un ruolo negativo nella mia vita, un’influenza oscura che mi ha accompagnato per molti anni.

Queste idee mi resero una persona piena di paure e di incertezze, e sentivo di vivere con una profonda crisi esistenziale. Fin da piccola mi riempirono la testa delle loro paure verso la morte. Sarebbe potuta arrivare in qualsiasi momento, in qualsiasi modo e dopo non c’era nulla, assolutamente nulla. Questo mi fece pensare a quanto la vita non fosse solo fragile e fugace, ma soprattutto inutile. Vivere e morire senza che nel mezzo esistesse nulla, non c’era un senso in tutto ciò.

Così ero stata educata e l’educazione atea soffocava la mia innata certezza che eravamo stati creati per una ragione. In tutto ciò, la vera frustrazione era il fatto di aver consapevolezza dell’istinto del credere in Dio e di non poter manifestare questo apertamente. Non avere nessuno con cui condividere ciò, cui chiedere, che potesse aiutarmi a cercare di capire perché Dio ci aveva creato e quale era il nostro dovere nei suoi confronti.

 

Frequentando la scuola elementare sentii più spesso parlare di Dio e di Cristianesimo, di religione. Mio padre, però, mi proibiva di seguire questa materia a scuola, e non solo, non potevo vedere film o cartoni sulla religione, addirittura possedere libri che ne parlassero. Così la conoscenza religiosa rimaneva sempre oscura e lontana da me.

Questo fino a ché non capitò che una mattina con la scuola elementare ci portassero a Messa senza dare preavviso ai genitori. Finalmente potei avere un primo approccio con il culto.

Mi bastò per capire due cose importanti: il Dio dei Cattolici era l’entità alla quale cercavo di avvicinarmi, ma il Cattolicesimo non era la strada per arrivarci.

 

Da bambina non avevo abbastanza conoscenza da potermi chiedere se esistessero altri culti. Inoltre nel mio paese, un piccolo villaggio di campagna, tutti erano Cattolici. Ed erano per lo più gente che diceva di credere in Dio e non applicava nessun precetto Divino; andavano solo a Messa e festeggiavano le ricorrenze attribuite al loro culto.

Nel mio stesso paese vivevano i miei zii. Da ragazzina, quando iniziai a manifestare apertamente curiosità verso la religione, mia cugina m’invitò a rivolgere le mie domande a suo padre. E lui ci parlò per ore di Dio. Così iniziai ad andare più spesso da loro e mio zio mi diede molti opuscoli e libri sulla religione che iniziai a leggere di nascosto. Mi fornì anche una Bibbia che nascosi in camera e consultavo quando studiavo questi altri libri.

Trovavo quest’altro aspetto del Cristianesimo molto più veritiero del Cattolicesimo. Intanto i credenti di questo culto applicavano i precetti del Vangelo, sostenendo che ognuno doveva guadagnarsi il Paradiso con le buone opere. La pratica era ai miei occhi un aspetto fondamentale del Credo. Chi crede in Dio e lo ama, non smette di cercarLo, di compiacerLo, di apprendere ciò che con tanta misericordia Ci ha consesso.

 

Allo stesso modo, però, qualcosa della dottrina non mi soddisfaceva. Proseguendo i miei studi, infatti, trovai concetti che sentivo essere sbagliati.

Un giorno, parlando di preghiera, mi fu detto che noi non potevamo rivolgerci a Dio, ma dovevamo avere un tramite, cioè Gesù (su di lui la pace). Lo trovai davvero ingiusto; io avevo sempre parlato con Dio, avevo sempre invocato solo Lui, perché avrei dovuto parlare con altri? Forse che Egli non potesse sentirmi?

Provai a leggere un libro che parlava del Profeta ‘Isa (Gesì, su di lui la pace), ma questo non mi aiutò ad amarlo come avrei dovuto. In realtà non riuscivo a vederlo come la mia guida e ne capii la ragione molto tempo dopo quando conobbi l’Islam e il suo Profeta (pace e benedizione su di lui), verso il quale tutt’ora sento una vera e propria appartenenza.

 

Fino ad allora, però, sapevo solo che quella religione che stavo seguendo non era quella giusta, definitiva. Abbandonai anche questo culto.

 

Iniziò per me un lungo e buio periodo, pieno di difficoltà e solo l’amore e il timor di Lui mi faceva perseverare nelle avversità. Gli chiedevo soccorso. Soprattutto gli chiedevo perché non mi avvicinava a Lui che lo stavo cercando.

Forse la gente crede di poter essere felice lontano dal suo Creatore, e che la stessa felicità dipenda solo da loro. Invero non c’è più grande illuso di chi vaga smarrito lontano dalla luce, nell’oscurità. Senza il nostro Signore nel cuore, siamo come una nave senza rotta, smarrita nella tempesta e crediamo che non esista la calma perché non la conosciamo.

Siamo come il gregge che bruca le erbacce ignorando i teneri e freschi germogli che potrebbe trovare se seguisse il suo pastore.

Per quasi tutta la mia vita, mi sono sentita come una di queste pecore smarrite. Come qualcuno che ha perso qualcosa d’importante, come la strada di casa e non sa tornarci senza una guida.

 

AlhamduliLlah, ricevetti la guida per trovare quello che avevo perso.

Avevo 19 anni quando conobbi un ragazzo smarrito come me che però aveva una luce negli occhi. Non era Cristiano e non era Musulmano, ma era interessato all’Islam da molti anni.

Iniziò a leggere il Quran e volle coinvolgermi. Io, fermamente convinta del messaggio del Vangelo, lo ascoltai sebbene volessi che iniziasse a credere nel Cristianesimo come me, ancora convinta che fosse la vera religione.

Quando, però, iniziai ad ascoltare le parole del Qur’an, non potei fare a meno di pensare: “Questa è la Parola del mio Signore!”. Ed era strano. Cominciai a leggere il Quran anch’io.

Scoprii che era un libro meraviglioso, che parlava di tutto ciò che avevo sempre voluto sapere. Parlava della storia della creazione e del rapporto tra la stessa e il suo Creatore. Finalmente ottenni la risposta che cercavo da una vita: Chi mi ha creato e perché.

 

Il mondo ai miei occhi stava lentamente acquisendo un senso, una ragione per esistere.

Finalmente potevo vedere quel posto per me nel mondo, che non riuscivo prima a trovare. Un posto come musulmana, come donna sottomessa all’Unico Dio.

Mi mancava solo una cosa che credevo distrutta dalle avversità in cui mi ero imbattuta: la fiducia.

Quindi chiesi, come avevo sempre chiesto, a Dio: “Oh Signore, se questa è davvero la Tua religione, guidami che io ti seguirò”.

E Allah Ta’ala mi esaudì.

Il giorno in cui mi convertii, fu il più bello della mia vita.

Da quel giorno, la mia esistenza cominciò ad avere davvero senso e la luce rinnovò tutto e cancellò l’oscurità.

 

Anche il mio compagno in questa ricerca della verità si convertì e così ci sposammo.

Lui fu un sostegno importante lungo una strada piena di ostacoli e un esempio di perseveranza da seguire nella fede.

E questo fu un altro dono che Allah Ta’ala mi concesse. Nessuno meglio di Lui sa come spianare la via ai suoi servi sinceri e stabilisce per ognuno una strada che solo noi possiamo capire e intraprendere.

Così, alla fine, ho trovato tutto ciò che cercavo. L’amore, la pace, la serenità, le risposte a mille domande… tutto ciò che solo la conoscenza e la consapevolezza del nostro ruolo nei confronti del Creatore, può dare.

 

Moltissimi si privano di questa gioia, di questa serenità, a causa della propria superbia, solo per potersi illudere di essere padroni della propria vita e dicono che Dio non da mai nulla, ma tutto quello che abbiamo, la stessa vita, è perché Iddio Altissimo ce l’ha donata. Ma essa ha un valore inestimabile che può essere compreso solo nel suo ruolo originario, nell’obbedienza ad Allah Ta’aala. Lontano dallo scopo per cui esistiamo, siamo semplicemente fuori posto, come meccanismi incompleti.

Ed io sono grata al mio Creatore perché mi ha guidato e ha pazientato con me quando non capivo, ha rafforzato la mia fede quando era debole e mi ha dato la forza quando non l’avevo.

Ho mille ragioni per amarLo, subhanaLlah. Sebbene non me ne serva nessuna, mi basta sapere che Lui è il mio Dio e mi ha creata per lodarlo.

Dice Allah Ta’la nel Suo Libro (traduzione dei significati): “È solo perché Mi adorassero che ho creato i dèmoni e gli uomini. Non chiedo loro nessun sostentamento e non chiedo che Mi nutrano”.

 

Sono felice perché sono musulmana, alhamduliLlah. Sono felice perché pratico i cinque pilastri della mia religione e mi sforzo di fare più di questo. Sono felice, per ogni singola preghiera che mi è stata concessa di fare. E sarò felice di morire musulmana, in sh’Allah, quando il mio Signore vorrà. Ciò che desidero è il Suo Volto.

 

Khadija Lara