Un amico dimenticato

بسم الله الرحمن الرحيم

 

Ramadan-Quran

La luna nuova di ramadân era stata avvistata. Sedevo al solito posto, tutto solo, nell’angolo della moschea, osservando un insolito numero di persone che si accalcavano all’entrata. Mentre guardavo la folla, notai un viso familiare dirigersi verso di me. Quando si avvicinò, mi resi conto che si trattava di Ahmad – un amico che avevo incontrato alla madrasa serale, tanti anni prima. Aveva solo 6 anni quando il suo insegnante me l’aveva presentato. All’inizio non credo gli piacessi, ma col passare degli anni il nostro legame si rafforzò e pensavo non mi avrebbe mai lasciato. Ma non appena compì 14 anni e terminò la madrasa, smise persino di rivolgermi lo sguardo. Lo aspettavo in moschea, col cuore dolente, sperando che tornasse, ma la sua vita era così piena di impegni da non avere nemmeno il tempo di pensare a me. Ora era passato un anno, 11 mesi per la precisione, da quando l’avevo visto l’ultima volta. Subhanallah! Com’era cambiato. Non in meglio, sfortunatamente, ma in peggio. Mentre rispolverava la nostra amicizia interrotta, si rese conto dell’errore commesso. Mi abbracciò, stringendomi forte. I suoi occhi si riempirono di lacrime, quando si rese conto che stare lontano da me l’aveva fatto allontanare dal suo Signore. Gli dissi di non preoccuparsi, poiché Allah (subhânaHu waTa’âlâ) ama i Suoi servi e perdona coloro che si pentono.

Man mano che i giorni di ramadân passavano, ritornammo uniti come un tempo. Giorno e notte eravamo insieme. Gli spiegai come vivere la sua vita e cosa fare per avvicinarsi ad Allah (subhânaHu waTa’âlâ). Ahmad non si stancava mai della mia compagnia. Prestava attenzione ad ogni mia parola – sforzandosi di comprendere – ma la verità è che io sono qualcuno che non tutti comprendono. Lo rivestii delle qualità dei credenti. Le lacrime scendevano lungo le sue guance, mentre gli descrivevo la punizione che lo avrebbe atteso se non si fosse attenuto ai comandi di Allah Ta’âlâ.

I suoi genitori e i suoi insegnanti gli consigliarono di coltivare la nostra amicizia e di continuare a frequentarmi. Cominciammo persino ad andare a scuola insieme, e lui passava l’ora di pranzo insieme a me. I suoi compagni di classe lo prendevano in giro e gli ridevano dietro le spalle, quando lo vedevano bazzicare in cortile dietro a me, ma ad Ahmad non importava e non mi lasciò. Gli dissi di non preoccuparsi, e gli narrai le storie dei profeti (pace su tutti loro); di come i loro popoli si presero gioco di loro e di come furono ingiusti nei loro confronti, eppure essi furono costanti e non rinunciarono.

Il nostro legame crebbe, sempre più forte, e passavamo sempre più tempo insieme. Trascorremmo pure gli ultimi dieci giorni di ramadân insieme, in i’tikâf, il ritiro spirituale in moschea. Ahmad stava sveglio tutta la notte ad ascoltarmi, ancora ed ancora, ma il suo interesse non scemava, e scopriva sempre qualcosa di nuovo in quello che avevo da dirgli.

Così, il ramadân passò. La gente che aveva trascorso l’i’tikâf in moschea andò a casa, a prepararsi per l’ ‘Îd, eccetto me. Rimasi in moschea, immaginando come avrei trascorso il giorno dell’ ‘Îd con Ahmad. E quel giorno giunse. Lo aspettai al solito posto, nell’angolo della moschea. La preghiera dell’ ‘Îd terminò e la congregazione si disperse, ma non vi era segno di Ahmad. Continuai ad aspettarlo, alle ore delle successive preghiere, ma non venne mai, e il mio cuore si spezzò quando mi resi conto che mi aveva abbandonato di nuovo.

È tardi, la preghiera dell’ ‘Ishâ’ è appena terminata. La moschea è vuota. Il custode chiude la porta e se ne va, ma io sono ancora qui, nel mio angolino, mentre la polvere comincia a posarsi su di me. Un’auto passa vicina alla moschea e i suoi fari, attraverso il vetro della finestra, mi illuminano il dorso. Il mio nome diviene per un attimo visibile, prima di sparire nuovamente nell’oscurità della notte: ‘Il Sublime Qur’an’.

Luqman Musa – Al-Jâme’ah, Leicester.

Si ringrazia lamadrasadibaraka per la pubblicazione

Brezze di Ramadan

بسم الله الرحمن الرحيم

sacchetto

Assalamu alaikum ua rahmatu Llahi ua barakatuhu,

SubhanaLlah quell’anno era un Ramadan particolare, ma ero triste perchè nella mia città non si respirava molto, non avevamo Sapienti che ci guidassero in questo Sacro Mese, non c’erano ferie per i lavoratori, nè interruzioni di studio per gli studenti. Dovevamo viverlo adattandolo alla nostra triste routine in pratica. Sognavo un Ramadan a Makkah, vicino alla Ka°bah… Sognavo una Salat fatta con khushu°… una lettura del Qur’an senza interruzioni mondane… Sognavo… E continuo a sognare, perchè non bisogna mai smettere di sognare e di chiedere ad Allah Al-Karim (Il Generoso)!
Ero triste, perchè sentivo di non fare abbastanza, di non essere abbastanza riconoscente al Mio Signore… Smisi così di fantasticare e decisi di impegnarmi a fare quel poco che riuscivo, chiedendo ad Allah l’Altissimo di accettare da una povera come me.
Aprendo l’armadio mi trovai davanti un pezzo di stoffa e pensando alla mia cara amica Fatima decisi che le avrei confezionato un bel vestito per la Salat, per farle una sorpresa quando ci saremmo poi incontrate la sera per la Salat del Tarawih!
Mi misi subito al lavoro perchè mancava ormai poco al tramonto; tagliai la stoffa e pigiando il pedale a più non posso cominciai a cucire con la mia macchinina di gran fretta. Quando giunse l’ora di andare al Masjid avevo appena finito, alhamduliLlah!!! Allah Al-Rahim mi aveva reso facile un compito difficile! Misi dunque il mio regalo dentro al sacchetto appena confezionato e lo presi con me.
Andai al Masjid e con occhio accorto cercai la mia amica, senza trovarla… Al richiamo della Salat mi misi in riga con le altre sorelle ed iniziammo la Salat. Ad un tratto, dopo aver detto “Allahu ‘Akbar” si mise accanto a me una giovane ragazza, vestita molto curata e… alla moda! E si unì anche lei alla Salat. Questa ragazza aveva un abbigliamento poco consono alla preghiera: i pantaloni stetti e la camicia che indossava non coprivano le fattezze del corpo…
Terminata la Salat feci la sua conoscenza: era una ragazza molto dolce e gentile e subhanaLlah accettò il consiglio di buon cuore. Alchè le dissi: mia cara ho qui un completo, che subhanaLlah Allah l’Altissimo ha destinato a te, prendilo e indossalo. Aprii la busta con il completo della Salat e la aiutai ad indossarlo. Com’era felice subhanaLlah! I suoi occhi brillavano di gioia. Ero davvero contenta per lei. C’era anche un’altra sorella con vestiti poco adatti e a lei prestammo un ampio khimar con cui ultimare la Salat.
Fu una serata felice: il vedere il sorriso di una sorella mia veva restituito il sorriso alhamduliLlah! Con questa ragazza continuai a sentirmi anche dopo Ramadan e diventammo grandi amiche alhamduliLlah! Mi raccontò che lei era una di quelle ragazze che sbagliando nel passato aveva messo e poi tolto l’Hijab, ma che dopo quella serata al Masjid aveva giurato ad Allah l’Altissimo di mettere l’Hijab senza più toglierlo, e così è stato! Allahu ‘Akbar ua liLlahi al-Hamd! Mi disse inoltre che era talmente contenta di essersi avvicinata alla fede che voleva condividere questo sentimento con tutti e a questo scopo riuniva le ragazze e parlava loro della sua esperienza per incoraggiarle a prendere la decisione di essere Musulmane vere, fiere di portare il loro Hijab!

 

Oltre i pregiudizi, oltre la banalità… Musulmana per Allah!

بسم الله الرحمن الرحيم

صفية

As-Salamu ‘alaykum wa rahmatuLlahi wa barakatuh, fratelli e sorelle. BismiLlahi ar-Rahman ar-Rahim (nel nome di Dio, il Misericordioso, il Misericorde). Mi chiamo Lucia, e sono una ragazza italiana di soli 14 anni e mezzo (specifichiamo. :D), anche se i miei mi hanno scelto il nome Safyyah.

I miei genitori sono italiani, nati in Italia, i cui genitori sono nati in Italia, e via dicendo. I miei parenti, dai più stretti ai più lontani, fratelli, cugini, zii… Sono tutti quanti nati qui, in Italia. Sono, insomma, italiana DOC. E a questo punto, la domanda sorge spontanea: “ma allora, come fai ad essere musulmana?”.

Cercherò di essere breve e coincisa il più possibile nel rispondere, in sha Allah.

I miei genitori sono nati cristiani e hanno vissuto buona parte della loro vita seguendo quella religione. Entrambi sono sempre stati molto praticanti, ed hanno sempre avuto il desiderio di approfondire la propria religione per conoscerla a fondo e saperne di più.

Ma, ad un certo punto, è stato proprio studiandolo che, piano piano, hanno sentito emergere un senso crescente di insoddisfazione, di incompletezza nei riguardi del cristianesimo. I dubbi e i quesiti che si ponevano aumentavano di giorno in giorno; finché, così decisero, si misero in cerca della vera religione. Di qualcosa, insomma, che donasse loro la vera felicità e, per usare il termine più appropriato, dissetasse veramente le loro anime.

Partirono quindi senza presupposti verso alcuna religione e, a dire la verità, provarono davvero un po’ di tutto, dal new age al buddismo. Questo percorso di ricerca è durato ben 10 anni. Ma alla fine, alhamduliLlah, è proprio grazie a questo lungo, lunghissimo percorso che alla fine sono riusciti ad arrivare all’Islam.

Questo quasi 9 anni fa, quando avevo solo 6 anni: fu così che, quindi, crebbi con l’Islam come religione, sebbene fossi stata persino battezzata. Tuttavia, purtroppo, subito dopo essersi convertiti, i miei si persero in quello che scoprimmo solo dopo essere nient’altro che una deviazione dell’Islam (astaghfiruLlah), cioè nel sufismo.

Per 7 anni circa non riuscirono a rendersi conto di che cosa il sufismo veramente fosse, ed ai tempi, in buona fede, pensavano fosse una strada più che giusta. AlhamduliLlah, recentemente, nel 2013, siamo riusciti a liberarcene definitivamente.

Tornando a me, come ho già detto dai 6 anni in poi sono stata cresciuta con l’Islam come religione, anche se spesso gli insegnamenti che ricevevo non erano propriamente corretti, perché presi dal sufismo. Ad ogni modo, confesso di non essere mai stata molto praticante: andare in moschea, fino a due-tre anni fa, era per me un sacrificio immane; di mettermi il velo, non se ne parlava neanche; e non avevo mai letto una sola riga del Corano fino a circa tre anni fa. Pregare, quello sì, lo facevo, anche se ho iniziato tardi e non lo facevo nel modo corretto.

Fu nell’estate del 2013 che la mia vita iniziò a cambiare lentamente, ma in modo radicale, alhamduliLlah! Ricominciammo ad andare in moschea durante l’inizio del Ramadan, quella moschea tanto amata, anche se lontanissima da casa, di cui avevo solo vaghi ricordi, soubhan Allah. Inoltre, i miei decisero di andare almeno due o tre volte a settimana in una moschea più vicina (il che era, soprattutto per me, un cambiamento allucinante).

Arrivai lì pensando che sarebbe stata una noia mortale, mentre fui piacevolmente sorpresa nel vederla piena di ragazze giovani, ed un sacco di mie coetanee. Ma sha Allah! Ho stretto molte amicizie e sono entrata a far parte così di una comunità musulmana. E’ per questo che non smetterò mai di stressare (si fa per dire : D) sull’importanza del frequentare ragazze musulmane della propria età. Ci si confronta, ci si aiuta e ci si supporta e consiglia, si chiacchiera e si scambiano esperienze essenziali per la crescita interiore e spirituale.

E’ così che, gradualmente, ho capito l’importanza del seguire la mia religione sempre e comunque: essa non mi ha portato che felicità. Prima, lo confesso, ero una ragazza sempre triste, solitaria, che non faceva mai nulla per cambiare la propria vita e situazione, ed ogni problema era per me una montagna insormontabile! AlhamduliLlah, non ringrazierò mai abbastanza Allah, subhana wa taala, per avermi condotto all’Islam.

Contemporaneamente, quella stessa estate cominciai un corso di arabo via Skype assieme a mia madre con la sorella che gestisce questo blog, ma sha Allah. ( : Che Allah la ricompensi! Discutendo noi tre assieme sull’Islam, arrivai a capire che per adorare sul serio e in modo completo Allah, subhana wa taala, ciò che facevo – le preghiere, la lettura del Qur’an – non era abbastanza. Anche se mia madre aveva indossato il hijab a maggio, io non avevo mai riflettuto seriamente a proposito. Iniziai, quindi, ad osservarmi: essendo estate, andavo in giro vestita con t-shirt e canottiere, jeans corti attillati e la mia bellezza, la qualità più preziosa e delicata di una donna, sbandierata davanti a tutti. Non capivo bene cosa ci fosse di sbagliato nell’ostentare la propria bellezza davanti agli altri, ma qualcosa in me era scattato. Qualcosa di sbagliato, c’era.

Non era nemmeno possibile passare dalle magliette corte all’hijab, questo è certo; ed infatti, senza nemmeno accorgermene, ci fu un passaggio graduale. Iniziai prima ad evitare di mettermi i jeans corti; anche d’estate mi mettevo i pantaloni lunghi. Poi, eliminai le canottiere scollate e le t-shirt attillatissime. Intanto, mi accorsi che avevo bisogno di capire perché era necessario un cambiamento del genere. Pertanto, mi misi a studiare, mi documentai sul hijab, su che cosa simboleggiasse e rappresentasse per noi donne musulmane.

AlhamduliLlah, scoprii che non era affatto un simbolo di oppressione. Anzi, le donne che portano il hijab DEVONO venire rispettate dai fratelli in quanto sorelle fiLlah e, soprattutto, in quanto DONNE. Qualche mese dopo, arrivai alla conclusione che stavo solo diventando una schiava dell’apparenza, e pensai: “L’oggettificazione della donna è un problema fin troppo grave ed evidente per seguire anch’io la massa e diventare, quindi, anche io un misero oggetto. Nient’altro che un misero oggetto. Non lo posso permettere!”.

A convincermi fu, in particolare, uno spezzone di una conferenza tenuta da una donna (non musulmana) di cui purtroppo non ricordo il nome, soubhan Allah. Questa donna disse: “E’ incredibile come l’oggettificazione della donna nei paesi occidentali sia un fenomeno dilagante. Secondo i risultati dei più recenti studi psicologici, le donne sono letteralmente in costante preoccupazione per la loro apparenza. Guardano e correggono/aggiustano sempre la forma dei propri capelli, come appaiono le loro gambe, e via dicendo. Tant’è che non riescono nemmeno ad avere un po’ di intimità col proprio partner senza avere questo chiodo fisso: ‘com’è il mio trucco? E’ apposto? E le mie gambe, sono in una posizione tale da apparire attraenti? Controlliamo se i miei capelli sono perfetti, controlliamo qui, controlliamo là’. La donna è ossessionata da questi pensieri, cerca sempre di essere perfetta, e ne soffre psicologicamente ogni giorno! Tutto questo… per soddisfare l’uomo.”

Ciò fu a dir poco scioccante per me. Soprattutto perché… era tutto più che verissimo! Ci pensai su e realizzai alcune cose importanti. Realizzai, ad esempio che, anche a scuola, l’unica preoccupazione che avevo era la forma dei miei ricci, e che la mia pancia risultasse piatta, che i jeans mi evidenziassero in maniera perfetta le gambe… e si trattava di una vera e propria ossessione!

AlhamduliLlah, da dicembre 2013 ho deciso di mettere il Hijab (: La prima cosa che ho riscontrato, è che ero libera psicologicamente dall’ossessione di sistemarmi, sistemarmi, controllarmi, controllarmi di continuo. La seconda, è che più lo indossavo, più ne andavo fiera, e più sicurezza e fiducia in me stessa acquistavo! AlhamduliLlah. Da quel momento le cose sono risultate solo più facili.

Le persone mi guardavano, sì, ma ciò non faceva altro che farmi sentire più fiera e sicura della mia scelta. E dopo un po’, a forza di vedere che non mollavo, hanno smesso. Anche se questa cosa gli ha dato un (bel) po’ fastidio. ( :

Ogni giorno, da quando sono diventata più praticante, ho solo ulteriori conferme che quel che faccio è giusto! Che tutte le sorelle che ora non indossano il hijab trovino presto la forza di indossarlo. Amin!

Salamu alaykum wa rahmatuLlah

Una luce sulla strada

بسم الله الرحمن الرحيم

292-INSPIRATION-

 

Il mio percorso alla ricerca di Allah Ta’aala, fu ben più lungo delle parole che posso spendere per raccontarlo in queste poche righe, ma in sh’Allah, proverò a darvi questa piccola testimonianza di come sono tornata all’Islam, e del perché, nella speranza che Allah Ta’ala possa fare in modo che questo possa sfiorarvi in sha’a Llah, come le testimonianze di molte sorelle hanno sfiorato il mio cuore.

 

Tornai con il nome di Khadija.

Solo dopo scoprii quanto mi si addiceva, poiché fu Khadijah, che Allah sia di lei soddisfatto, moglie del nostro amato Profeta salla Llahu alaihi wa sallam, la prima donna a credere in ciò che era sceso sul Messaggero e ad abbracciare questa meravigliosa religione. Ben so di non essere la prima a ritornare all’Islam, ma lo sono per tutti quelli che mi conoscono.

Tutto ciò accadde circa tre anni fa, alhamduLillah. Tuttavia, la mia ricerca di Dio, ebbe inizio molto tempo prima, fu un percorso che iniziai sin da bambina.

 

Avevo cinque anni quando uscivo e mi sedevo nel prato davanti a casa per guardare il cielo con le nuvole e le colline boscose che mi circondavano, e mi rendevo conto che tutto ciò non poteva esistere invano. Allah Ta’la dice nel Qur’an (traduzione dei significati): “Non creammo invano il cielo e la terra e quello che vi è frammezzo. Questo è ciò che pensano i miscredenti…”.

AlhamduliLlah! Era come se la creazione mi parlasse del suo Creatore. Così realizzai che esisteva Qualcuno dove non potevo vedere, che ci aveva creati.

 

Andando all’asilo scoprii che quel Qualcuno era Dio.

Uno dei ricordi miei più vividi fu la mattina che vennero le suore cattoliche e ci fecero mettere in cerchio per recitare le Lodi a Dio. In quel momento sentii che era giusto farlo, che era un dovere di ognuno di noi. Dentro di me germogliò la consapevolezza che anch’io dovevo adempiere a questo impegno.

Ma ero una bambina e prima di quel momento, non avevo mai sentito parlare di preghiera e di Dio.

Sono nata in una famiglia atea. Le loro insulse ideologie hanno avuto un ruolo negativo nella mia vita, un’influenza oscura che mi ha accompagnato per molti anni.

Queste idee mi resero una persona piena di paure e di incertezze, e sentivo di vivere con una profonda crisi esistenziale. Fin da piccola mi riempirono la testa delle loro paure verso la morte. Sarebbe potuta arrivare in qualsiasi momento, in qualsiasi modo e dopo non c’era nulla, assolutamente nulla. Questo mi fece pensare a quanto la vita non fosse solo fragile e fugace, ma soprattutto inutile. Vivere e morire senza che nel mezzo esistesse nulla, non c’era un senso in tutto ciò.

Così ero stata educata e l’educazione atea soffocava la mia innata certezza che eravamo stati creati per una ragione. In tutto ciò, la vera frustrazione era il fatto di aver consapevolezza dell’istinto del credere in Dio e di non poter manifestare questo apertamente. Non avere nessuno con cui condividere ciò, cui chiedere, che potesse aiutarmi a cercare di capire perché Dio ci aveva creato e quale era il nostro dovere nei suoi confronti.

 

Frequentando la scuola elementare sentii più spesso parlare di Dio e di Cristianesimo, di religione. Mio padre, però, mi proibiva di seguire questa materia a scuola, e non solo, non potevo vedere film o cartoni sulla religione, addirittura possedere libri che ne parlassero. Così la conoscenza religiosa rimaneva sempre oscura e lontana da me.

Questo fino a ché non capitò che una mattina con la scuola elementare ci portassero a Messa senza dare preavviso ai genitori. Finalmente potei avere un primo approccio con il culto.

Mi bastò per capire due cose importanti: il Dio dei Cattolici era l’entità alla quale cercavo di avvicinarmi, ma il Cattolicesimo non era la strada per arrivarci.

 

Da bambina non avevo abbastanza conoscenza da potermi chiedere se esistessero altri culti. Inoltre nel mio paese, un piccolo villaggio di campagna, tutti erano Cattolici. Ed erano per lo più gente che diceva di credere in Dio e non applicava nessun precetto Divino; andavano solo a Messa e festeggiavano le ricorrenze attribuite al loro culto.

Nel mio stesso paese vivevano i miei zii. Da ragazzina, quando iniziai a manifestare apertamente curiosità verso la religione, mia cugina m’invitò a rivolgere le mie domande a suo padre. E lui ci parlò per ore di Dio. Così iniziai ad andare più spesso da loro e mio zio mi diede molti opuscoli e libri sulla religione che iniziai a leggere di nascosto. Mi fornì anche una Bibbia che nascosi in camera e consultavo quando studiavo questi altri libri.

Trovavo quest’altro aspetto del Cristianesimo molto più veritiero del Cattolicesimo. Intanto i credenti di questo culto applicavano i precetti del Vangelo, sostenendo che ognuno doveva guadagnarsi il Paradiso con le buone opere. La pratica era ai miei occhi un aspetto fondamentale del Credo. Chi crede in Dio e lo ama, non smette di cercarLo, di compiacerLo, di apprendere ciò che con tanta misericordia Ci ha consesso.

 

Allo stesso modo, però, qualcosa della dottrina non mi soddisfaceva. Proseguendo i miei studi, infatti, trovai concetti che sentivo essere sbagliati.

Un giorno, parlando di preghiera, mi fu detto che noi non potevamo rivolgerci a Dio, ma dovevamo avere un tramite, cioè Gesù (su di lui la pace). Lo trovai davvero ingiusto; io avevo sempre parlato con Dio, avevo sempre invocato solo Lui, perché avrei dovuto parlare con altri? Forse che Egli non potesse sentirmi?

Provai a leggere un libro che parlava del Profeta ‘Isa (Gesì, su di lui la pace), ma questo non mi aiutò ad amarlo come avrei dovuto. In realtà non riuscivo a vederlo come la mia guida e ne capii la ragione molto tempo dopo quando conobbi l’Islam e il suo Profeta (pace e benedizione su di lui), verso il quale tutt’ora sento una vera e propria appartenenza.

 

Fino ad allora, però, sapevo solo che quella religione che stavo seguendo non era quella giusta, definitiva. Abbandonai anche questo culto.

 

Iniziò per me un lungo e buio periodo, pieno di difficoltà e solo l’amore e il timor di Lui mi faceva perseverare nelle avversità. Gli chiedevo soccorso. Soprattutto gli chiedevo perché non mi avvicinava a Lui che lo stavo cercando.

Forse la gente crede di poter essere felice lontano dal suo Creatore, e che la stessa felicità dipenda solo da loro. Invero non c’è più grande illuso di chi vaga smarrito lontano dalla luce, nell’oscurità. Senza il nostro Signore nel cuore, siamo come una nave senza rotta, smarrita nella tempesta e crediamo che non esista la calma perché non la conosciamo.

Siamo come il gregge che bruca le erbacce ignorando i teneri e freschi germogli che potrebbe trovare se seguisse il suo pastore.

Per quasi tutta la mia vita, mi sono sentita come una di queste pecore smarrite. Come qualcuno che ha perso qualcosa d’importante, come la strada di casa e non sa tornarci senza una guida.

 

AlhamduliLlah, ricevetti la guida per trovare quello che avevo perso.

Avevo 19 anni quando conobbi un ragazzo smarrito come me che però aveva una luce negli occhi. Non era Cristiano e non era Musulmano, ma era interessato all’Islam da molti anni.

Iniziò a leggere il Quran e volle coinvolgermi. Io, fermamente convinta del messaggio del Vangelo, lo ascoltai sebbene volessi che iniziasse a credere nel Cristianesimo come me, ancora convinta che fosse la vera religione.

Quando, però, iniziai ad ascoltare le parole del Qur’an, non potei fare a meno di pensare: “Questa è la Parola del mio Signore!”. Ed era strano. Cominciai a leggere il Quran anch’io.

Scoprii che era un libro meraviglioso, che parlava di tutto ciò che avevo sempre voluto sapere. Parlava della storia della creazione e del rapporto tra la stessa e il suo Creatore. Finalmente ottenni la risposta che cercavo da una vita: Chi mi ha creato e perché.

 

Il mondo ai miei occhi stava lentamente acquisendo un senso, una ragione per esistere.

Finalmente potevo vedere quel posto per me nel mondo, che non riuscivo prima a trovare. Un posto come musulmana, come donna sottomessa all’Unico Dio.

Mi mancava solo una cosa che credevo distrutta dalle avversità in cui mi ero imbattuta: la fiducia.

Quindi chiesi, come avevo sempre chiesto, a Dio: “Oh Signore, se questa è davvero la Tua religione, guidami che io ti seguirò”.

E Allah Ta’ala mi esaudì.

Il giorno in cui mi convertii, fu il più bello della mia vita.

Da quel giorno, la mia esistenza cominciò ad avere davvero senso e la luce rinnovò tutto e cancellò l’oscurità.

 

Anche il mio compagno in questa ricerca della verità si convertì e così ci sposammo.

Lui fu un sostegno importante lungo una strada piena di ostacoli e un esempio di perseveranza da seguire nella fede.

E questo fu un altro dono che Allah Ta’ala mi concesse. Nessuno meglio di Lui sa come spianare la via ai suoi servi sinceri e stabilisce per ognuno una strada che solo noi possiamo capire e intraprendere.

Così, alla fine, ho trovato tutto ciò che cercavo. L’amore, la pace, la serenità, le risposte a mille domande… tutto ciò che solo la conoscenza e la consapevolezza del nostro ruolo nei confronti del Creatore, può dare.

 

Moltissimi si privano di questa gioia, di questa serenità, a causa della propria superbia, solo per potersi illudere di essere padroni della propria vita e dicono che Dio non da mai nulla, ma tutto quello che abbiamo, la stessa vita, è perché Iddio Altissimo ce l’ha donata. Ma essa ha un valore inestimabile che può essere compreso solo nel suo ruolo originario, nell’obbedienza ad Allah Ta’aala. Lontano dallo scopo per cui esistiamo, siamo semplicemente fuori posto, come meccanismi incompleti.

Ed io sono grata al mio Creatore perché mi ha guidato e ha pazientato con me quando non capivo, ha rafforzato la mia fede quando era debole e mi ha dato la forza quando non l’avevo.

Ho mille ragioni per amarLo, subhanaLlah. Sebbene non me ne serva nessuna, mi basta sapere che Lui è il mio Dio e mi ha creata per lodarlo.

Dice Allah Ta’la nel Suo Libro (traduzione dei significati): “È solo perché Mi adorassero che ho creato i dèmoni e gli uomini. Non chiedo loro nessun sostentamento e non chiedo che Mi nutrano”.

 

Sono felice perché sono musulmana, alhamduliLlah. Sono felice perché pratico i cinque pilastri della mia religione e mi sforzo di fare più di questo. Sono felice, per ogni singola preghiera che mi è stata concessa di fare. E sarò felice di morire musulmana, in sh’Allah, quando il mio Signore vorrà. Ciò che desidero è il Suo Volto.

 

Khadija Lara